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Le emozioni

 

Stimolo_emozioniCome abbiamo visto il dolore è un’'esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno.  E un esperienza individuale e soggettiva, a cui convergono componenti puramente sensoriali (nocicezione) relative al trasferimento dello stimolo doloroso dalla periferia alle strutture centrali, e componenti di natura emotiva, che modulano in maniera importante quanto percepito (IASP; 1986). Per capire come le emozioni siano coinvolte nell’esperienza del dolore appare dunque opportuno andare a vedere più da vicino in cosa consistono esattamente.

BambiniCosa sono allora le emozioni? In genere quando pensiamo a una emozione pensiano solo alla sensazione cosciente che laccompagna, per cui nella maggior parte dei casi ci riferiamo a sensazioni, positive o negative generate da particolari situazioni. Ma il termine emozione può assumere significati diversi e, come affermano Fehr e Russel, ognuno sa cos’è un emozione finché gli si chiede di definirla. 

Le emozioni hanno presentato un oggetto di interesse per  scienziati e pensatori di tutti i tempi. Già i filosofi nell‘antica Grecia erano soliti parlare di emozioni, come Aristotele e Platone per i quali le emozioni avevano una  funzione imprescindibile, esse dovevano essere controllate e subordinate alla ragione, ma allo stesso tempo costituivano una componente essenziale dellanima. L‘aspetto centrale delle emozioni, in tutte le trattazioni di questo cavalli_bianchiprimo periodo è il loro lato motivazionale, il loro carattere di passione, la loro capacità di determinare il comportamento. Da cui l’etimologia della parola, dal latino ex-moveo: muovo da dentro. Ma al di là degli aspetti più strettamente filosofici e psicologici l’indagine scientifica sulle emozioni è stata sicuramente ostacolata dalla loro intima natura difficilmente oggettivabile, e solo nell’ultimo secolo, e in particolare negli ultimi decenni, si è iniziato a studiarle in maniera sistematica anche grazie alle nuove tecnologie a disposizione.

Il primo ad affrontare l’argomento in maniera esplicita nell’età moderna fu William James, padre  fondatore della psicologia americana, nell’articolo „What is an emotion“ (Cos’è una emozione?) del 1884. James partì da una Orsosemplice domanda: perchè davanti a un orso proviamo l’emozione paura?Il senso comune ci dice che di fronte un orso proviamo l’emozione della paura perché è pericoloso e, in conseguenza a ciò, scappiamo. Ma proviamo a immaginare davvero di incontrare improvvisamente un orso infuriato per strada: non ci sarà il tempo di pensare “ohibò, che paura … un orso , è meglio che scappi via …”, perché probabilmente non avremmo finito di pensare che già ci sarebbe saltato addosso. Se avremo la fortuna di rimanere illesi e di poterla raccontare certamente diremo di aver avuto una gran paura, ma questa è letichetta che mettiamo sopra una condizione che principalmente si esprime nel corpo. 

W. James propose quindi una prospettiva diversa: egli sosteneva che, di fronte all’orso, l’organismo reagisce con una risposta essenzialmente fisica che, nel momento in cui viene percepita a livello cosciente, genera successivamente l’emozione della paura. L’emozione, secondo James, sarebbe, pertanto, l’effetto sulla coscienza della retroazione da parte dell’organismo: in altri termini, non scappiamo perché abbiamo paura, orso_perplessoma abbiamo paura perché siamo spinti alla fuga (James, 1884). La prospettiva di James è stata confermata nel tempo e oggi è dimostrato che alla sensazione cosciente dellemozione si affiancano sempre un comportamento specifico per quella emozione e una risposta fisiologica. E in effetti i contenuti coscienti delle emozioni sono essenzialmente delle percezioni di stati fisici: il cuore che accelera , la pelle che suda, una pressione al petto, una contrazione delle viscere. Appare sensato quindi considerare il coinvolgimento del corpo nel processo emozionale. 

Ma in che termini? Si è visto che le risposte emozionali, oltre alla sensazione cosciente, sono costituite da tre diverse componenti: una componente comportamentale, una vegetativa e una ormonale. Ognuno dei quattro tipi di fenomeni  suddetti può verificarsi in assenza degli altri e questa caratteristica probabilmente concorre a rendere più  difficile la definizione di emozione.

cane_cheLa componente comportamentale è costituita da posture e movimenti muscolari  appropriati alla situazione di stimolo. Ad esempio un cane che difende  il suo territorio adotterà innanzitutto una postura aggressiva, ringhiando e mostrando i denti. Se l’intruso non abbandona il campo il difensore si avventerà contro di lui per attaccarlo. 

La componente vegetativa facilita quella comportamentale, provvedendo ad una rapida  mobilitazione dellenergia per consentire movimenti vigorosi. Nellesempio in questione il versante simpatico del sistema nervoso autonomo viene attivato mentre il versante parasimpatico viene inibito, di conseguenza la frequenza cardiaca del cane aumenta e opportuni cambiamenti del diametro dei vasi sanguigni convogliano il flusso ematico dagli organi digestivi verso i muscoli. 

La componente ormonale potenzia le risposte vegetative. Gli ormoni secreti dalla midollare del surrene, adrenalina e noradrenalina, aumentano ulteriormente l’afflusso del sangue verso i muscoli e stimolano la conversione in glucosio delle sostanze nutritive ivi immagazzinate. Inoltre la corteccia surrenale secerne gli  ormoni steroidei che contribuiscono a rendere il glucosio disponibile per i muscoli. 

Cane2Tutte e tre le componenti delle emozioni sono controllate dal sistema nervoso , tramite sistemi neuronali distinti. Quando questi sistemi agiscono in un essere dotato di consapevolezza si  producono sentimenti emotivi coscienti. Negli umani sicuramente questo avviene, non si sa esattamente fino a che punto nelle altre specie animali. In ogni caso quando questi sistemi evolutisi molto tempo fa, ad esempio quello che produce comportamenti difensivi in caso di pericolo, opera in un sistema cosciente dà origine a sentimenti emotivi come la paura. Le esperienze coscienti delle emozioni sono dunque solo una parte, neppure cruciale, del sistema che le genera, e solo l’elaborazione cognitiva e emotiva penetra nella consapevolezza occupando la mente cosciente, e nemmeno necessariamente: a volte le emozioni restano ad un livello inconsapevole pur innescando quei meccanismi fisici che le contraddistinguono. Non esiste allora una facoltà dell’emozione, né un unico sistema deputato a ciò. 

Bambini2Esistono numerosi sistemi nervosi situati in zone diverse del cervello che vengono innescati da determinate situazioni e che hanno  determinati obiettivi. A ogni emozione corrisponde un certo sistema neuronale deputato a sorvegliare la presenza di determinate situazioni e a rispondere in tempo reale e in maniera automatica ad esse. Il cervello cioè è predisposto dallevoluzione a rispondere determinati stimoli con specifici repertori dazione, che vengono registrati a livello cerebrale in mappe di quello specifico stato corporeo, una sorta di „fotografia“ delle condizioni viscerali e muscolari dellorganismo in un dato momento. Sia gli stimoli che i repertori sono determinati geneticamente ma durante la vita se ne possono aggiungere altri per apprendimento quando stimoli primitivamente aspecifici divengono emotivamente significativi. Queste inclinazioni biologiche sono poi plasmate dalle esperienze personali e dalla cultura che determinano in parte il modo in cui noi le esterniamo, per esempio la perdita di una persona amata provoca in tutti tristezza  ma il modo in cui esterniamo il lutto , il modo in cui le emozioni sono esibite in pubblico o trattenute in modo da esprimerle solo in privato, è forgiato dalla cultura. 

Le emozioni dunque sono impulsi ad agire secondo un piano d’azione comportamentale e biologico automatico uguale per tutti gli esseri umani. Il fatto che le emozioni spingano all’azione è evidente soprattutto se si osservano animali e bambini; infatti è solo negli adulti „civili“ che troviamo tanto spesso quella che nel regno animale si può considerare una grande anomalia, ossia la separazione delle emozioni dall’ovvia reazione corrispondente. Vi sono centinaia di emozioni, e quindi di piani d’azione, con tutte le loro mescolanze, variazioni, mutazioni e sfumature tanto che le nostre parole non sono sufficienti a definirle, però esistono alcune famiglie fondamentali che sono: collera, tristezza, paura, gioia, amore, sorpresa, disgusto, vergogna. Nelle emozioni fondamentali i movimenti facciali e posturali caratteristici sono uguali in tutte le popolazioni studiate, anche molto primitive e non ancora contaminate da giornali o televisione. Con i nuovi metodi di cui dispone la scienza possiamo vedere anche i dettagli fisiologici sui modi in cui le principali emozioni preparano il corpo ad un tipo di risposta molto diverso.

Collera: il sangue ci affluisce al volto e alle mani e questo rende più facile afferrare un'arma o sferrare un pugno all'avversario; la frequenza cardiaca aumenta e una scarica di ormoni tra cui l'adrenalina genera un impulso di energia abbastanza forte da permettere un'azione vigorosa. 

Paura: il sangue fluisce verso i grandi muscoli scheletrici, ad esempio quelli delle gambe, rendendo più facile la fuga e al tempo stesso facendo impallidire ilvolto, momentaneamente meno irrorato (da cui l'espressione "gerlarsi il sangue". Al tempo stesso il corpo si immobilizza come congelato anche solo per un momento, forse per valutare se non convenga nascondersi. I circuiti dei centri cerebrali preposti alla regolazione della vita emotiva scatenano un flusso di ormoni che mette l'organismo in uno stato generale di allerta , preparandolo all'azione e fissando l'attenzione sulla minaccia che incombe per valutare quale sia la risposta migliore.

Felicità: uno dei principali cambiamenti biologici sta nella maggiore attività di un centro cerebrale che inibisce i sentimenti negativi e aumenta la disponibilità di energia insieme all'inibizione dei centri che generano pensieri angosciosi . Tuttavia a parte uno stato di quiescienza che consente all'organismo di riprendersi più velocemente dall'attivazione biologica causata da emozioni sconvolgenti non si riscontrano particolari cambiamenti fisiologici. Questa configurazione offre all'organismo un generale riposo e lo rende non solo disponibile ed entusiasta verso qualunque compito ma anche pronto a battersi per gli obiettivi più diversi.           

Amore: sentimenti di tenerezza e soddisfazione sessuale svegliano il parasimpatico, mobilitazione opposta a quella che abbiamo visto nella reazione di combattimento o fuga della paura della collera. La modalità parasimpatica che potremmo chiamare la risposta di rilassamento si avvale di un insieme di reazioni che interessano tutto l'organismo e inducono uno stato generale di calma e soddisfazione tale da facilitare la cooperazione. 

Sorpresa: sollevamento delle sopracciglia consente di avere una visuale più ampia e di far arrivare più luce sulla retina. Questo permette di raccogliere un maggior numero di informazioni sull'evento inatteso, contribuendo alla sua comprensione e facilitando la rapida formulazione del migliore piano d'azione.   

Disgusto: come veva notato Darwin il labbro superiore sollevato lateralmente mentre il naso accenna ad arricciarsi indica il tentativo primordiale di chiudere le narici colpite da un odore nocivo o di sputare un cibo velenoso.

Tristezza: la sua funzione fondamentale è di farci adeguare ad una perdita significativa, ad esempio una grande delusione o la morte di qualcuno che ci era particolarmente vicino. Comporta una caduta di energia e di entusiasmo verso le attività della vita, in particolare le distrazioni e i piaceri, e, quandodiviene più profonda e si avvicina alla depressione, ha l'effetto di rallentare il metabolismo. La chiusura in se stessi che accompagna la tristezza ci dà l'opportunità di elaborare il lutto per una perdita o per una speranza frustrata, di  comprendere le conseguenze di tali eventi nella nostra vita e, quando le energie ritornano, di essere pronti per nuovi progetti.  Può darsi che questa caduta di energia servisse a tenere i primi essereri umani vicini ai loro rifugi quando erano tristi e quindi più vulnerabili.  

Tutte le risposte emotive hanno quindi la funzione di regolazione e di adattamento dei processi vitali e di attivazione di una risposta adeguata alla richiesta ambientale ai fini di promuovere la sopravvivenza. Ad esempio nel caso delle emozioni della famiglia della paura il significato evolutivo permette di sondare l’ambiente in cerca di pericoli ai quali sfuggire mediante l’attacco, la fuga, la mimesi e la paralisi.

Il fatto che il nostro repertorio emotivo nel tempo si sia dimostrato meno adatto è legato alla profonda e rapidissima trasformazione che ha subito l’ambiente in cui viviamo. Il processo evolutivo, riconosciuto e attestato, ha evidenziato che la famiglia Hominidae si è evoluta da una popolazione di primati stanziatisi nel Rift africano, progenitori comuni agli scimpanzé, circa 5-6 milioni di anni fa, e che 2,3-2,4 milioni di anni fa il genere Homo si sia differenziato da Australopithecus, mentre l'uomo anatomicamente moderno nasce in Africa, circa 200.000 anni fa. Ma è solo negli ultimi 10000 anni con la prima rivoluzione agricola che la realtà in cui vive l’essere umano si modifica profondamente, e negli ultimi 150 anni con la rivoluzione industriale assume un ritmo vertiginoso. Le nostre emozioni sono l’eredità di miliardi di anni di evoluzione del mondo animale, e noi umani oggi ci troviamo a vivere in un ambiente molto diverso da quello in cui noi stessi ci siamo adattati ed evoluti per milioni di anni. Esse sono state forgiate in periodi molto più duri di quelli che la maggior parte degli uomini deve affrontate al giorno d'oggi: era un tempo in cui pochi bambini sopravvivevano all'infanzia, e pochi adulti superavano i trent'anni, un tempo in cui i predatori potevano colpire in ogni momento.

Con l'evoluzione sociale e in particolare con l'avvento dell'agricoltura le probabilità di sopravvivenza si fecero progressivamente più elevate e allentandosi le feroci pressioni che lo aveva plasmato il nostro repertorio emozionale si è dimostrato via via meno adatto. Ad esempio, se è vero che nel pleistocene la propensione all'attacco e alla fuga o la collera poteva costituire un vantaggio cruciale in termini di  sopravvivenza, oggi che le armi automatiche sono a portata di mano dei tredicenni una tale inclinazione può avere davvero effetti disastrosi. Come dice Paul Elkman la collera è oggi l'emozione più pericolosa, e quella con minor valore adattivo. Le nostre emozioni si evolsero quando non possedevamo ancora una tecnologia che ci permettesse di agire in modo tanto efficiente spinti dal loro impulso. Nella preistoria se un uomo veniva colpito dalla collera improvvisa e se per un istante voleva uccidere qualcuno non poteva farlo tanto facilmente. Oggi si. 

 

Lo stress

Le emozioni dunque sono risposte comportamentali, vegetative e ormonali a certe situazioni di stimolo, che vengono definite anche stressanti, intendendo per stressor qualsiasi elemento del mondo esterno che ci fa perdere l'equilibrio omeostatico, e la risposta allo stress è il modo in cui l'individuo reagisce per ristabilire l'omeostasi. 

A partire da Walter Cannon, uno dei padri fondatori dello studio dello stress, qualsiasi stimolo che provochi  un'emozione è considerato uno stressor. La risposta allo stress è quella che viene classicamente definita la risposta "lotta o fuga", coniata da Cannon.

Oltre a queste due classiche risposte ne esiste una terza che viene messa in atto come risposta iniziale davanti al pericolo oppure quando le prime due non sono praticabili. Si tratta del “freeze” o congelamento (Laborit, 1970), consiste nel fermarsi, osservare e ascoltare e ha il suo significato evolutivo nel fatto che il sistema visivo dei mammiferi carnivori  riesce maggiormente a rilevare oggetti in movimento che non i colori. Successivamente al freeze può instaurarsi il fright o immobilità tonica, cioè l’animale si finge morto  soprattutto quando è più debole con scarse possibilità di vittoria, basando il significato evolutivo sul fatto che in genere i predatori non mangiano le carogne.

L'altro padre fondatore, Hans Selye, al contempo acuto scienzato e disastro con i ratti da laboratorio aveva evidenziato che tutti i ratti producevano ulcere da stress sia se inoculava loro dell'estratto ovarico (fino a quel momento individuato come il responsabile delle ulcere) sia se inoculava solo una sostanza inerte, da cui capì che le ulcere non erano dovute alla sostanza ma allo stress del procedimento. In altre parole la risposta allo stress è la stessa indipendentemente dallo stimolo. 

Ora, nel mondo animale gli eventi più stressanti sono le crisi fisiche acute. Immaginate di essere una zebra cui è appena balzato addosso un leone squarciandovi lo stomaco, e di essere riuscita a fuggire inseguita da lui. Oppure, scenario altrettanto stressante, di essere un povero leone morto di fame che cerca di procurarsi il pasto assaltando la zebra che però riesce a sfuggire e che quindi deve rincorrere per non saltare il pasto. Entrambe sono situazioni estremamente stressanti e richiedono adeguamenti fisiologici immediati per garantire la sopravvivenza. Le risposte del corpo sono brillantemente adatte a gestire simili emergenze (Sapolsky). Uno dei segni distintivi della risposta allo stress è la rapida mobilitazione di energia da siti di immagazzinamento e l'inibizione di ulteriori immagazzinamenti per preparare il corpo ad una richiesta energetica intensa. Glucosio e le forme più semplici di proteine e grassi prendono a riversarsi da cellule adipose, fegato e muscoli, e tutte vanno a rifornire i muscoli che in questo momento stanno lottando per salvarvi la pelle. Se il corpo ha mobilitato tutto quel glucosio deve poterlo anche consegnare il più rapidamente possibile, insieme all'ossigeno altrettanto indispensabile che proviene dai polmoni. Ecco che aumentano frequenza cardiaca, ritmo respiratorio, pressione sanguigna. L'attività muscolare viene esaltata ma anche se l'animale non si muove aumentano il tono e la contrazione di base per preparare il muscolo all'azione che potrebbe partire in qualsiasi momento. Inoltre il corpo interrompe i progetti di costruzione a lungo termine: la digestione viene inibita, come anche la crescita, la sessualità, la riproduzione e la riparazione di tessuti. Anche l'immunità è inibita. La  percezione del dolore risulta smorzata . Migliorano attenzione, memoria e capacità sensoriale. Sia che siate il predato che corre per sopravvivere o il predatore che scatta per poter mangiare, i meccanismi fisiologici di risposta del vostro corpo sono perfetti per gestire simili esperienze di emergenza fisica a breve termine in quanto devono essere in grado rispondere all'improvvisa richiesta di elevate quantità di energia, e  dipendono dall'attivazione di specifici circuiti cerebrali e del sistema nervoso. 

Il cervello ha due modi principali di comunicare al corpo cosa fare: uno, il più veloce, è tramite il sistema nervoso che permette di inviare rapidamente i messaggi tramite i nervi che dal cervello si diramano lungo la spina dorsale fino a raggiungere la  periferia del corpo, l'altro attraverso gli ormoni. Un aspetto di tale comunicazione è molto lineare e noto. Il sistema nervoso volontario è consapevole: decidiamo di muovere un muscolo e il muscolo si muove. Così possiamo stringere la mano a qualcuno, facciamo goal, riempiamo i moduli delle tasse, ci lanciamo in una polka.

A raggiungere gli organi, oltre ai muscoli scheletrici, è un altro ramo del sistema nervoso, e questa parte controlla anche altre cose interessanti che facciamo: arrossire, farsi venire la pelle d'oca, avere un orgasmo. In generale il funzionamento di questo sistema è molto meno sotto controllo del movimento volontario, anche se in parte possiamo controllarlo (vedi la capacità di controllare la minzione e l'evacuazione, ad esempio, come anche un rutto sonoro ad un matrimonio). Poiché per la gran parte di questi messaggi sono relativamente automatici e involontari il sistema viene chiamato sistema nervoso autonomo e si divide in sistema simpatico e parasimpatico. 

Originatisi nel cervello, le proiezioni del simpatico escono dalla spina dorsale e si diramano verso quasi ogni organo, ogni vaso sanguigno e ogni ghiandola sudoripara del corpo. Raggiungono persino la miriade di muscoletti attaccati ai peli del corpo. Quando siete veramente terrorizzati i peli si rizzano e se siete privi di peli avrete la pelle d'oca. Il simpatico entra in azione durante le emergenze o quelle che riteniamo tali. Contribuisce a mantenere lo stato di vigilanza, eccitazione, attivazione, mobilitazione, consente di raggiungere in un attimo le condizioni ideali per la fuga e la lotta, ma è attivo anche nella paura e nel  sesso e quando laggressione si protrae nel tempo e non é risolvibile né con la lotta né con la fuga dando origine ai fenomeni di freezing. E' il sistema archetipico che viene attivato quando la vita si fa eccitante o allarmante.  Le terminazioni di questo sistema rilasciano adrenalina e noradrenalina. L'adrenalina si riversa in circolo essendo stata secreta anche dalle ghiandole surrenali sotto l'effetto delle terminazioni nervose simpatiche, mentre la noradrenalina viene secreta da tutte le terminazioni simpatiche sparse per il corpo. 

Il parasimpatico origina dal tronco cerebrale e dalla zona midollare sacrale, e al contrario del simpatico serve ad aumentare le riserve metaboliche e altre fonti energetiche, durante i periodi in cui le circostanzepermettono all'animale di digerire e riposare: svolge quindi un ruolo opposto e agisce da mediatore per le attività calme, vegetative: dormire, crescere, immagazzinare energia. 

Queste due parti dunque sono in equilibrio tra loro e nella reazione allo stress metà di questo sistema viene attivata, mentre l'altra viene fermata. 

Nella risposta allo stress c'è poi un altro modo con cui il cervello può mobilitare ondate di energia: secernendo ormoni. Se un neurone secerne un messaggero chimico che viaggia per meno di un millesimo di centimetro e fa in modo che la cellula successiva, tipicamente un altro neurone, agisca in maniera diversa, quel messaggero viene chiamato neurotrasmettitore. Perciò quando le cellule simpatiche del cuore producono noradrenalina la quale fa sì che il muscolo cardiaco funzioni diversamente, la noradrenalina svolge il ruolo di neurotrasmettitore. Se invece un neurone (o qualsiasi cellula) secerne un messaggero che entra nel circolo ematico e influenza eventi distanza da dove è stato secreto quel messaggero è un ormone. Ormai è dimostrato che questo processo è attivato e mediato dal cervello che in qualche modo si può considerare la "ghiandola maestra" in quanto tramite l'ipotalamo, ghiandola situata alla base del cervello e connessa con tutte le altre zone cerebrali, secerne in un minuscolo sistema circolatorio un'enorme schiera di fattori di rilascio e inibitori che modulano l'attività dell'ipofisi che a sua volta regola le secrezioni delle ghiandole periferiche. Il cervello quindi può sperimentare (o anche solo immaginare) qualcosa di stressante e attivare anche con la via ormonale le componenti della risposta allo stress. Durante lo stress alcuni  collegamenti ipotalamo/ipofisi/ghiandole periferiche vengono attivati, altri inibiti. 

Come abbiamo visto due sostanze di vitale importanza per lo stress sono l'adrenalina e la noradrenalina, rilasciati dal sistema simpatico. Un'altra categoria di sostanze sono i glicocorticoidi, ormoni steroidi, secreti dal surrene su stimolazione simpatica o su stimolazione ormonale da parte del cervello tramite degli ormoni di rilascio a partenza ipotalamica, di cui il principale è il CRF (corticotropin releasing hormon), che  attivano il rilascio ipofisario dell'ACTH (adreno corticotropin hormon). Essi agiscono in maniera simile all'adrenalina, ma se l'azione dell'adrenalina dura alcuni secondi, l'azione dei glicocorticoidi dura minuti o anche ore. 

Inoltre in periodi di stress il pancreas è stimolato a rilasciare un ormone chiamato glucagone, che insieme a sistema simpatico e glicocorticoidi contribuisce ad aumentare il livello del glucosio in circolazione. E anche altri ormoni vengono attivati: la prolattina che tra gli altri effetti contribuisce a sopprimere la riproduzione durante lo stress, sostanze ad azione morfino simile come encefaline e endorfine che attenuano la percezione del dolore durante lo stress acuto, la vasopressina che agisce nella risposta cardiovascolare. Vengono poi inibiti alcuni sistemi ormonali come quelli della riproduzione (quali l'estrogeno, il progesterone e il testosterone), quelli legati alla crescita (come l'ormone della crescita) e l'insulina che ha la funzione di immagazzinare energia per gli usi futuri.

Tutto ciò è assolutamente adattivo quando a periodi di emergenza si alternano periodi di riposo come avviene normalmente in natura, ma diventa dannoso in condizioni croniche e ancor di più se lo stress è puramente psicologico. Perché? Perché se si vive ogni giorno come un'emergenza si finisce per pagarne il prezzo: non verrà mai immagazzinata energia in eccedenza , la muscolatura entrerà in uno stato di tensione cronica senza dar adito a nessun movimento, ci si stancherà rapidamente, aumenterà il rischio di sviluppare una serie di malattie come il diabete, l'ipertensione, ulcere peptiche, disturbi riproduttivi (e la fibromialgia) negli adulti, difficoltà dello sviluppo nei bambini fino al nanismo, immunodeficienza, depressione e degenerazione cerebrale. 

Quindi se per la stragrande maggioranza degli animali lo stress è una crisi a breve a termine, dopodiché o finisce lo stress o è la fine per loro, cosa succede se un organismo viene tormentato da sfide fisiche croniche? E se lo stress è legato a disagi psicologici e sociali invece che a stress fisici? E quando prendiamo in considerazione l'essere umano e l'umana propensione a preoccuparsi fino a star male diventa necessario estendere ulteriormente la definizione di stressor. Uno stressor può essere anche l'anticipazione di un avvenimento potenzialmente stressante e immaginando che le cose succedano possiamo attivare una risposta allo stress forte come se l'evento fosse realmente accaduto. Questo avviene anche per le altre specie in maniera immediata, ma diversamente da altre specie noi siamo in grado di attivare la risposta a potenziali stressors che in un lontano futuro possono farci perdere l'equilibrio omeostatico, sia da un punto di vista materiale (perdita del lavoro, possibile guerra ecc) sia di tipo psicologico (dover parlare in pubblico, avere un colloquio di lavoro, un appuntamento con qualcuno che ci piace) . Quindi la risposta allo stress si attiva non solo in risposta a stimoli fisici e psicologici ma anche in previsione di questi. Come abbiamo visto, da Cannon in poi qualsiasi stimolo che provochi un'emozione è definito uno stressor, e in effetti noi siamo in grado di provare fortissime emozioni (che comportano sconvolgimenti nel corpo) legate a semplici pensieri. Lo stressor infatti è tutto ciò che fa perdere all'organismo il suo equilibrio e la risposta allo stress è il tentativo del corpo di riportare l'omeostasi. 

A prescindere dal tipo di stress viene attivata la medesima risposta. Per noi vertebrati il nucleo della risposta allo stress è che i nostri muscoli devono essere pronti a lavorare intensamente. E per questo hanno bisogno di energia adesso, nella sua forma più prontamente utilizzabile. Il problema è che quando ce ne stiamo con le mani in mano a preoccuparci di situazioni stressanti attiviamo le stesse risposte fisiologiche, le quali si rilevano però potenzialmente disastrose se attivate in maniera cronica. Numerose prove dimostrano che le malattie da stress insorgono nella maggior parte dei casi perchè troppo spesso mettiamo in moto un sistema fisiologico che si è sviluppato per rispondere ad emergenze fisiche acute ma che noi attiviamo per lunghi periodi per le nostre preoccupazioni per il mutuo o i rapporti sociali o le promozioni.

Oggi soffriamo di malattie sconosciute fino a pochissimi decenni or sono, e alla maggior parte dei mammiferi. Viviamo abbastanza bene e a lungo da cadere piano piano a pezzi. E' cambiato anche il nostro modo in cui percepiamo il processo stesso della malattia. Ci si rende conto ormai dell'immenso e complesso intrecciarsi di biologia ed emozioni e degli infiniti modi attraverso cui la personalità, le sensazioni e i pensieri riflettono e al contempo influenzano ciò che accade nel corpo. Una delle più interessanti manifestazioni di questa presa di coscienza è il capire che  i disturbi emozionali possono influenzarci sfavorevolmente. Da sempre i medici hanno riconosciuto che due soggetti diversi possono reagire diversamente allo stesso carico patogeno, ma è dal ventesimo secolo che lo studio dello stress, ovvero il modo con cui l'organismo reagisce agli eventi stressanti, è diventata una vera disciplina.

Tradotto in termini familiari lo stress può farci ammalare e nella medicina una svolta cruciale è stata il riconoscere che molte delle dannose malattie da accumulazione lenta possono essere causate o peggiorate dallo stress. Ad esempio arteriosclerosi e cardiopatie possono essere condizionate dall’'umore attraverso l’alterazione della parete vasale causata da catecolamine e dal cortisolo, oppure alterazioni della memoria possono essere causate da una atrofia dell’ippocampo dovuta a stress e cortisolo. Inoltre esiste un collegamento bidirezionale tra sistema nervoso e sistema immunitario, quindi tra stress, cervello e immunità. I linfociti hanno recettori per gli ormoni e neurotrasmettitori prodotti dal cervello, così come producono essi stessi ormoni e neurotrasmettitori del tutto simili (Blalok J.E. 1989). Più recentemente  si è visto anche che fibre nervose periferiche rilasciano neuropeptidi che attivano o sopprimono la risposta immunitaria mostrando che è possibile una infiammazione neurogenica e gettando nuova luce anche sulle malattie autoimmuni. Al tempo stesso le citochine rilasciate dal sistema immunitario sono in grado di portare segnali all’interno del cervello e quindi di influenzare sia le attività biologiche cerebrali (febbre, fame, sazietà ecc) sia quelle psicologiche (emozioni, ansia, depressione). 

Negli ultimi decenni una ulteriore linea di pensiero e di ricerca ha gettato nuova luce sui meccanismi dello stress e su come la dimensione culturale e biologica comunicano e si influenzano tra loro: l’'epigenetica, ovvero lo studio dei cambiamenti dell’'espressione genica non causata da mutazioni che possono essere ereditabili (Sweatt et al, 2013). Con essa si è evidenziato come eventi mentali consci e inconsci si traducono addirittura in segnatura epigenetica che modula l’'espressione genica di pattern di  informazioni cruciali per la normale attività dellessere umano, tra cui l'assetto recettoriale cerebrale di ormoni e di neuromediatori: la vita quindi retroagisce sulle condizioni che l'’hanno prodotta  e che continuamente la rinnovano. L'approccio alla malattia in questo modo cambia radicalmente da una visione deterministica e meccanicistica (un gene, un batterio, una malattia), ad una visione complessa e sistemica che tiene conto di tutti gli aspetti della vita della persona.

Oggi abbiamo a disposizione una straordinaria quantità di dati che spiegano come i vari elementi tangibili e intangibili nella vita possono influenzare le manifestazioni corporee reali. Questi elementi possono includere tumulti emozionali, caratteristiche psicologiche, la posizione nella società, e come la società tratta chi si trova in quella posizione. Quindi mentre ve ne state comodamente seduti in poltrona, il vostro pancreas , che non sapete neanche dove sta, comincia a secernere ormoni di cui non sapete nemmeno il nome. Si può capire che questo avvenga a fini evolutivi se incontrate un leone nella savana, possiamo anche capire che questo avvenga quando prendiamo il nostro capo per un leone o addirittura nostra figlia che tiene in maniera così disordinata la camera, ma ... quando ve ne state tranquilli in poltrona senza muovere un muscolo e semplicemente un pensiero che ha a che fare con una sensazione di tristezza, di rabbia, euforia o libidine? Razionalmente sappiamo che il nostro cervello regola tutto il nostro organismo, ma è sempre una sorpresa riscoprire quanto lontano possano giungere questi effetti. 

Per comprendere le basi di ciò è importante tenere presente che, come ha evidenziato Gazzaniga in un famoso articolo del 1972, a tutti gli effetti abbiamo due menti: una pensa, l'altra sente. Così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale.

La mente razionale è quella di cui siamo solitamente coscienti: dominante nella comprensione e nella riflessione, capace di decidere in maniera consapevole. Accanto ad essa c'è un altro sistema di conoscenza, impulsiva e potente, a volte illogica, la mente emozionale. Questa situazione sembra derivare dal vantaggio evolutivo di mantenere la possibilità di essere guidati dalle emozioni e dalle intuizioni quando è necessaria una reazione immediata, circostanze nelle quali indugiare a pensare potrebbe costarci la vita.

Nella maggior parte dei casi queste due menti agiscono in armonia, e le loro modalità di conoscenza si integrano reciprocamente per guidarci nella realtà. C'è normalmente un equilibrio in cui l'emozione alimenta e informa le operazioni della mente razionale dandone il colorito affettivo, mentre la mente razionale rifinisce e a volte oppone dei veti a quella emozionale. Tuttavia le due facoltà sono semi-indipendenti e riflettono il funzionamento di circuiti cerebrali diversi, per cui quando le emozioni aumentano di intensità l'equilibrio si capovolge ed è la mente emozionale che prende il sopravvento, travolgendo quella razionale. Per comprendere il rapporto tra queste due menti e la grande influenza delle emozioni sulla mente razionale e capire come sentimento e ragione entrino in conflitto tanto facilmente, bisogna considerare il modo in cui si è evoluto il cervello umano che con il suo chilo e mezzo di cellule nervose e umori ha dimensioni circa triple rispetto a quello dei suoi cugini più prossimi dal punto di vista filogenetico, i primati non umani.

Nell'arco di milioni di anni di evoluzione il cervello ha sviluppato i suoi centri superiori elaborando e perfezionando le aree inferiori più antiche (la crescita del cervello dell'embrione umano ripercorre a grandi linee questa traiettoria evolutiva). La parte più primitiva del cervello che l'uomo ha in comune con tutte le altre specie dotate di un sistema nervoso relativamente sviluppato è il tronco cerebrale che circonda l'estremità cefalica del midollo spinale. Esso regola funzioni vegetative fondamentali come il respiro e il metabolismo degli altri organi; inoltre controlla le reazioni e i movimenti stereotipati. Non si può affermare che questo cervello sia in grado di pensare o di apprendere; piuttosto di tratta di una serie di centri regolatori programmati per mantenere il corretto funzionamento e l'appropriata reattività del sistema. Questo tipo di cervello dominava nell'era dei rettili, e ancor oggi possiamo vederlo in azione in un serpente che sibila in segno di minaccia. Da questa struttura molto primitiva derivarono i centri emozionali. 

Milioni di anni dopo, da questi centri emozionali si evolsero le aree del cervello pensante, la neo-corteccia, la grande massa di tessuto nervoso convoluto che costituisce i centri cerebrali superiori. Il fatto che cervello pensante si sia evoluto da quello emozionale ci dice molto sui rapporti fra pensiero e sentimento: molto prima che esistesse un cervello razionale esisteva già un cervello emozionale. Le radici più antiche della nostra vita emotiva affondano nel senso dell'olfatto e più precisamente nel lobo olfattivo dove sono situate le cellule che ricevono e analizzano gli odori. Ogni essere vivente, sia esso commestibile, velenoso, un partner sessuale, un predatore o una preda, ha una marcatura molecolare distintiva che può essere trasportata dal vento. In quei tempi ancestrali l'olfatto si dimostrò un senso di importanza enorme ai fini della sopravvivenza. Dal lobo olfattivo cominciarono ad evolversi gli antichi centri emozionali, che infine divennero abbastanza grandi da circondare l'estremità cefalica del tronco cerebrale. Inizialmente il centro olfattivo era costituito da poco più di un sottile strato di neuroni che recepiva gli odori dividendoli nelle principali categorie: sessualmente disponibile /indisponibile, nemico o pasto potenziale, commestibile o tossico. Un secondo strato di cellule inviava messaggi riflessi per informare l'organismo sul da farsi: avvicinarsi, fuggire, inseguire, mordere, sputare. 

Con la comparsa dei primi mammiferi nel cervello comparvero nuovi livelli fondamentali che circondano e delimitano il tronco dell'encefalo e per questo vennero chiamati sistema limbico (dal latino limbus,anello). Questo nuovo agglomerato neurale aggiunse al repertorio cerebrale le emozioni che gli sono proprie. Quando si evolse il sistema limbico perfezionò due strumenti potenti, l'apprendimento e la memoria. Queste conquiste rivoluzionarie consentirono all'animale di essere più efficiente (=intelligente) nelle sue scelte per la sopravvivenza e di regolare finemente le proprie risposte in modo da adattarle a esigenze mutevoli senza dover reagire necessariamente in modo automatico e invariabile. Se un tipo di cibo si era rivelato nocivo la volta dopo poteva essere evitato. Decisioni riguardanti quali cibi consumare e quali rifiutare erano ancora  determinate in larga misura dall'olfatto; a quel punto le connessioni fra bulbo olfattivo e sistema limbico si assunsero il compito di distinguere gli odori e di riconoscerli, confrontandoli da quelli già conosciuti nel passato e discriminando il buono dal cattivo. Queste funzioni vennero assunte dal rinencefalo, o cervello olfattivo , che fa parte del circuito limbico e rappresenta il rudimento da cui si sviluppò la corteccia cerebrale. 

Infine circa cento milioni di anni fa il cervello dei mammiferi cominciò a svilupparsi molto velocemente, alla sottile corteccia allora costituita da due soli strati deputati a ricezione e azione, se ne aggiunsero altri andando a formare la neo-corteccia. Rispetto alla struttura corticale bistratificata del cervello offriva ora uno straordinario vantaggio in termini di possibilità intellettuali. La corteccia dell'Homo sapiens tanto più sviluppata delle altre specie è responsabile di tutte le nostre capacità segnatamente umane. Essa è sede del pensiero, contiene i centri che integrano e comprendono quanto viene percepito dai sensi , aggiunge ai sentimenti ciò che noi pensiamo di essi e ci consente di provare sentimenti a proposito delle idee, dell'arte, dei simboli e dell'immaginazione. Nel corso dell'evoluzione la neocorteccia permise una regolazione fine che comportò enormi vantaggi ai fini della capacità di un individuo di sopravvivere alle avversità , aumentando nel contempo le probabilità che la sua progenie trasmettesse alle generazioni future i geni codificanti quegli stessi circuiti neurali. Il vantaggio per la sopravvivenza  garantito dalla neocorteccia è dovuto alla sua capacità di ideare programmi a lungo termine e di escogitare strategie mentali e altri espedienti. 

Questa nuova componente consentì l'aggiunta di nuove sfumature alla vita emotiva. Prendiamo ad esempio l'amore. Le strutture limbiche generano sentimenti dipiacere e di desiderio, ossia le emozioni che alimentano la passione sessuale. Ma fu l'aggiunta della neocorteccia e delle sue connessione con il sistema limbico a permettere il legame affettivo madre-figlio e cioè quel sentimento che rende possibile lo sviluppo umano rappresentando la base dell'unità familiare e della dedizione a lungo termine necessaria per allevare i figli. (Nelle specie prive di neocorteccia come i rettili manca l'affetto materno e i piccoli quando escono dall'uovo devono nascondersi dai loro stessi genitori per non essere divorati).

La neocorteccia permette le finezze e la complessità della vita emozionale, ma i centri superiori non governano tutta la vita emotiva, soprattutto nelle emergenze sono sottomessi al sistema limbico. Poichè molti centri cerebrali superiori si svilupparono dal sistema limbico, o ne estesero il raggio d'azione, il cervello emozionale ha un ruolo fondamentale nell'architettura neurale. Come fonte da cui si sono sviluppate le parti più recenti del cervello le aree emozionali sono strettamente collegate a tutte le zone della neocerteccia attraverso una miriade di circuiti di connessione. Ciò conferisce ai centri emozionali l'immenso potere di influenzare il funzionamento di tutte le altre aree del cervello, compresi i centri del pensiero.Le connessioni tra amigdala e neocorteccia sono al centro di quelle che possiamo definire come le battaglie o gli accordi di cooperazione tra mente e cuore, tra pensiero e sentimento.

Essendo il punto di incontro tra pensiero razionale ed emotivo il circuito che collega lobi frontali e amigdala è una via d'accesso fondamentale all'archivio contenente tutte le preferenze e le avversioni accumulate nel corso della nostra vita. Se si esclude la memoria emozionale custodita nell'amigdala qualunque cosa venga elaborata dalla corteccia manca del colorito affettivo e tutto assume i toni di una grigia neutralità. Questi dati hanno portato Damasio a concludere che i sentimenti siano indispensabili nei processi decisionali della mente, essi ci orientano nella giusta direzione, dove poi la pura logica si dimostrerà utilissima. Spesso la realtà ci pone di fronte ad una gamma di scelte molto difficili in cui gli insegnamenti emotivi della nostra vita diventano necessari per restringere il campo eliminando alcune opzioni e mettendone in evidenza altre. Il cervello emotivo è quindi coinvolto nel ragionamento proprio come il cervello pensante.

 

Ruolo dell’apparato muscolare

Emozioni e sistema dello stress sono dunque coinvolti nell’esperienza del dolore con varie modalità:  il dolore infatti può essere fonte di stress e di convolgimento emotivo, e a sua volta esso è modulato dalle emozioni e dallo stress tramite circuiti neuronali specifici (sistemi discendenti, sistema limbico, sistema vegetativo) e tramite il sistema endocrino.

Esiste però un altro fattore importantissimo nella genesi del dolore e nel suo mantenimento che è l’apparato muscolare. L'apparato muscolare può essere fonte di dolore sia in fase acuta che cronica con vari meccanismi, e questo ha importanti risvolti sia da un punto di vista patogenetico che dal quello del trattamento. 

Innanzitutto in fase acuta il dolore può avere un‘origine primitivamente muscolare, come ad esempio per una lesione di natura traumatica, ma anche per un crampo da sforzo eccessivo, oppure per una contrattura. Nel caso della contrattura si tratta di una contrazione muscolare prolungata, involontaria, insistente e dolorosa di uno o più muscoli scheletrici che si presentano rigidi e ipertonici al tatto. La contrattura di per sé può essere un atto difensivo che insorge quando il tessuto muscolare viene sollecitato oltre il suo limite di sopportazione fisiologica, sia per eccesso di attività fisica, sia  a causa di sovraccarico e/o microtraumi ripetuti come in caso di posture fisse prolungate o gesti motori scorretti prolungati e ripetivi.

La contrattura di difesa  può anche essere secondaria ad una lesione extramuscolare, come ad esempio in caso di frattura o di infiammazione  articolare, con il significato adattivo di mettere a riposo la parte lesa. In questo caso la contrazione di difesa può diventare motivo di ulteriore dolore a causa di un eccessivo accumulo nei muscoli di acido lattico e altri metaboliti , microlesioni e risposta infiammatoria a tali microlesioni. Bisogna tenere conto inoltre che la contrazione muscolare provoca a lungo andare retrazione delle fibre miotendine e articolari con rigidità e ulteriore potenziamento della sintomatologia dolorosa nel tentativo di mobilizzare le parti coinvolte. 

La sintomatologia del crampo è simile ma in questo caso in genere il dolore è più intenso, al punto da impedire la continuazione dell’attività, i tempi di guarigione sono più brevi e la causa è  perlopiù legata a fattori energetici/metabolici. 

Infine, e qui sta l’aspetto peculiare del sistema muscolare nella genesi del dolore cronico, la contrattura muscolare può essere causata da fattori di tipo emotivo e allo stress ad essi correlato. Come abbiamo visto infatti lo stress e le emozioni attivano la muscolatura mettendo a disposizione grandi quantità di energia, aumentandone il tono e preparandola all’azione: questo processo è funzionale durante lo stress acuto e porta l’animale ad agire l’emozione con un comportamento specifico. Il problema si pone quando, come spesso avviene nella specie umana, per un motivo qualsiasi le emozioni non possono essere agite. Infatti negli adulti umani civili ed "educati" assistiamo ad una grande anomalia del mondo animale, e cioè alla separazione dell'emozione dalla consapevolezza di essa e dall'ovvia reazione corrispondente (Disagio della civiltà, Freud). Fino a che l'emozione non si fa si fa strada nella consapevolezza segnando la sua registrazione come tale da parte della corteccia frontale, cova sotto la cenere al di sotto della soglia della nostra consapevolezza e può avere un impatto potente sul nostro modo di percepire e di reagire, anche se non ce ne rendiamo conto, perché attiva comunque l'asse dello stress e conseguentemente l'apparato motorio. 

Se le emozioni non possono essere agite dunque la tensione muscolare non darà adito ad un movimento ma ad una contrazione tonica prolungata per tutta la durata dello stato emotivo in questione. Nel mondo animale questo fenomeno prende il nome di freezing, ovvero di totale o parziale blocco (“congelamento”) dei movimenti. In natura il fenomeno aumenta le probabilità di sopravvivenza in caso di attacco se sono precluse le altre due risposte, ossia la lotta o la fuga ed è tipico degli animali, in genere cuccioli, che si fingono morti per evitare di essere sbranati dai predatori, che solitamente non divorano le carogne. Alcune reazioni di immobilità tonica si possono manifestare anche nella specie umana in situazioni “predatorie”, come quelle vissute dalle donne vittime di violenze sessuali, ma rimangono nella maggioranza dei casi altamente disfunzionali, come ad esempio avviene negli attacchi di panico e o in caso di gravi catastrofi ambientali. Tale meccanismo nell’essere umano può avvenire anche in forma parziale e ridotta, pensiamo ad esempio quando abbiamo paura: non solo si attiva per una frazione di secondo una certa espressione del viso, ma anche quella corporea si modifica: le spalle si innalzano, il respiro si blocca per ascoltare meglio, la muscolatura degli arti inferiori si attiva pronta per fuggire o per difendersi, oppure quando siamo arrabbiati e non possiamo reagire le mani si chiudono a pugno e i 4 arti si contraggono. 

Se poi la tensione muscolare si prolunga come nel caso dello stress cronico, la contrazione porta ad una retrazione delle fibre muscolari stesse, ad uno squilibrio tra i vari gruppi muscolari e ad un atteggiamento posturale statico, la famosa “corazza” di cui parlava W. Reich, che diventa una fonte di dolore di per sé e predispone a ulteriori sovraccarichi meccanici e ad infiammazione dei tessuti che a loro volta aumentano la sintomatologia dolorosa e ne agevolano la cronicizzazione. Ad esempio del caso di uno stato di tristezza persistente avremo la tipica postura della persona depressa: capo chino, sguardo evitante rivolto al basso, spalle incurvate. In questo modo si realizza uno dei meccanismi di difesa più arcaici, in cui le emozioni troppo dolorose per essere vissute e sentite restano inconsapevoli e trovano una via di espressione diretta nel corpo. In effetti spesso i pazienti con dolore cronico non utilizzano con facilità espressioni simboliche in grado di mentalizzare il disagio psicologico, hanno un buon adattamento alla realtà con un pensiero ricco di fatti e di cose ma povero di emozioni, che vengono percepite ed espresse con difficoltà.  In genere non sono per nulla consapevoli della relazione tra le loro  emozioni inespresse e la sintomatologia dolorosa di cui soffrono: una buona parte di loro è totalmente alloscuro del meccanismo che li tiene in allarme perenne con i muscoli contratti anche mentre dormono.   

La tensione muscolare cronica e il dolore che ne deriva, che a sua volta va ad alimentare i circuiti neuronali del dolore che conosciamo, sarebbe dunque un vestigio della reazione automatica dell'immobilità, sia in caso di emozione cosciente che di emozione incosciente. Infatti in emergenza il corpo si anestetizza e si contrae per farvi fronte, e in caso di persistere di questa situazione va incontro ai dolori dovuti alla tensione cronica. Contestualmente le emozioni restano a livello sub-cosciente, perchè in guerra non ci si può soffermare su quello che si sente ma su quello che si deve fare. Le emozioni si possono sentire solo nel tempo di pace. Così il corpo con le sue contratture, le zone doloranti e le parti anestetiche, diventa il luogo dove sta scritta la storia affettiva del paziente. Ed è con questo corpo che il paziente con dolore cronico viene da noi ed è con questo paziente che noi ci relazioniamo nella riabilitazione, una riabilitazione che ha come obiettivo finale portare il paziente a rivivere il suo corpo all'infuori dell'emergenza, perchè solo in tempo di pace è possibile un corpo vitale e non di sopravvivenza.

 

 


 
 
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